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La Russie en 2018: Coustine e la russofobia

Il tentato omicidio della spia russa Sergej Skirpal ha riaperto una frattura tra Europa e Russia che sembrava sanata dalla fine della guerra fredda. L’ascesa di Vladimir Putin, per quanto non ben vista dai governi europei, non ha minato i rapporti tra le due fazioni nonostante vi siano state, periodicamente, alcune crisi. Questo caso ha mostrato come, in realtà, certe fratture tra mosca ed il Vecchio Continente siano state solamente messe da parte ma mai del tutto sanate.

Il marchese di Coustine nel 1839 traccio, nella sua opera dedicata all’allora Russia zarista, un quadro impietoso quanto minaccioso dell’orso degli urali. La Russia ottocentesca incombeva come una spada di Damocle sopra le teste degli stati europei in quanto, la sua forte spinta verso una filosofia di matrice occidentale, la aveva tirata definitivamente fuori dallo spazio delle steppe asiatiche per proiettarla nello scacchiere europeo in contesa con i principali attori continentali.
Le guerre napoleoniche videro lo zar Alessandro I marciare per le strade di Parigi mentre la guerra russo-ottomana estromise quasi del tutto dal gioco europeo l’ormai declinante impero ottomano e consegnò alla Russia il suo sbocco su un mare caldo e la sua ombra sulle popolazioni ortodosse dei Balcani.
Questa minaccia russa fu percepita con orrore in tutta l’Europa del tempo che, infatti, fu attraversata da un forte sentimento antirusso che si protrarrà fino alle soglie della prima guerra mondiale. La guerra di Crimea fu un chiaro tentativo di mostrare ai russi che l’Europa si sarebbe unita sotto un unico stendardo per arginare le nuove “invasioni mongole” provenienti dalle steppe asiatiche.
Marx stesso, per ironia della sorte, avrà parole durissime nei confronti dell’ascesa della potenza russa definendola a metà tra il carattere selvaggio del capo mongolo ed il carattere cospiratorio del servo sottomesso dagli invasori. Da questo secondo aspetto il filosofo di Treviri porterà uno degli attacchi più violenti alla Russia asserendo che essa sia il centro di continue cospirazioni verso l’Europa intera.

Ora basta immaginare che le accuse di cospirazione portate al Cremlino siano rimaste le stesse ma trasportate nel 2018 con tutti gli adattamenti del caso.
L’Europa e più in generale il mondo occidentale stanno vivendo un secondo tramonto spengleriano sotto i colpi dei populismi e vedono la disgregazione dei vecchi pilastri societari e politici. In realtà si parla di crisi dell’occidente sin dalla prima metà dell’800, non a caso, in contemporanea con il sorgere della questione russa. L’Europa dilaniata da nemici interni vede l’ingresso di un nuovo attore estremamente pericoloso che ha la potenza teorica per imporre la sua egemonia.
Quanto avvenuto dopo le guerre napoleoniche è ora riproposto con l’ascesa della Russia putiniana nell’Europa.

 

La spia russa Skripal e la nuova russofobia

Il recente caso dell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergej Skripal, con un agente nervino, in pieno centro abitato ha palesato sentimenti che serpeggiavano in Europa da diverso tempo. L’attacco chimico (così è stato definito dalle autorità inglesi) ha aperto una nuova frattura tra l’Europa occidentale ed il mondo russo, stavolta in una maniera molto più profonda rispetto agli anni precedenti.
La stessa terminologia usata per descrivere il fatto (attacco chimico) e rimbalzata in tale forma su tutti i media del continente palesa la visione del mondo europeo nei confronti dello spazio russo, in alcuni casi le notizie riportate parlavano del primo attacco con agenti chimici avvenuto in Europa da dopo la seconda guerra mondiale. Si va quindi a paragonare il tentato omicidio dell’ex spia russa con gli attacchi portati in guerra e, inevitabilmente, con le stragi di matrice jihadista che hanno attraversato il continente negli ultimi anni.
Sul caso in sé le indagini successive e il tempo faranno chiarezza del reale grado di coinvolgimento della Russia e sulle motivazioni reali che hanno portato non solo alla scelta di Skripal come obiettivo ma anche sulle modalità della sua tentata esecuzione.
L’agente tossico di dubbia produzione russa sembra non chiarire quale sia il produttore dell’arma usata mentre le modalità del suo utilizzo ed il perché della scelta di un tale metodo sono ancora da chiarire: l’interrogativo che Scotland Yard sicuramente si starà ponendo è come mai tentare di uccidere un ex-spia russa in suolo britannico con delle modalità simili. In questi casi si cerca in ogni modo di evitare che si risalga al mittente, si accerta, ovviamente, il decesso della vittima, inoltre si utilizzano metodi più “soft” in grado di non destare alcun tipo di sospetto o comunque rendere estremamente difficile provare che si è coinvolti. Ovviamente queste sono solamente supposizioni che non vogliono scagionare l’eventuale coinvolgimento, diretto o meno, della Russia in questo affare ma solamente una riflessione sulla violenta campagna mediatica che ha resuscitato un modus operandi tipico della guerra fredda.
Tutti questi quesiti troveranno solo con il tempo la loro risposta e solo in futuro si riuscirà a capire con più chiarezza il grado di coinvolgimento russo nella faccenda riguardante il loro ex-agente.

 

I rapporti russo-europei

Al di là di qualsiasi faccenda da film in cui Robert Redford interpreta un agente segreto prossimo al pensionamento la questione sollevata dal tentato omicidio dell’ex spia russa apre un nuovo ciclo (che potrà essere breve o lungo) in cui i rapporti tra Mosca e, più in generale, Bruxelles tornano agli anni in cui Berlino era due città. Oggi va detto che i rapporti che legano la Russia all’Europa sono molto più stretti rispetto a quelli del quarantennio sovietico e che quindi la reale rottura sia un affare ben più complesso da approntare: un esempio è il North Stream ed il suo condotto parallelo in fase di costruzione che legano profondamente il cuore d’Europa, la Germania, alla Russia e poiché da questo dipende una buona quota del gas importato in Europa, da un lato, ed i flussi di capitale non trascurabili che si riversano nelle casse russe per l’attuazione delle politiche di Mosca dall’altro.
Con queste premesse va quindi analizzata la questione dello scontro sul potere militare dei due blocchi che da tempo affligge i vertici della NATO anche sotto la pressione dei paesi più ad est. La sensazione è che questi stati pressino l’organizzazione per un supporto militare nei loro territori in funzione antirussa, temendo, e qui ancora manca un perché concreto, una nuova invasione ed assoggettamento.

 

La questione strategica

Le riforme dell’esercito russo e l’assetto militare europeo

L’Economist in un articolo dell’8 marzo 2018 parla di una NATO “outgunned” dalla potenza militare convenzionale russa. Questo si riferisce ai quadranti strategici nei pressi del confine tra gli stati dell’Alleanza Nord Atlantica e l’area di influenza russa.
La parola “outgun” ben indica il sentimento e la percezione ad occidente dell’apparato militare russo e, soprattutto, dello stato agonizzante dell’organizzazione militare europea. Letteralmente si parla di superare qualcuno per potenza di fuoco ed il quadro tracciato non è molto lontano dalla probabile verità. Probabile perché nell’ambito del warfare di certezze ve ne sono poche e quelle poche spesso si rivelano infondate.
In un quadro di scontro militare convenzionale l’analisi posta, anche con il parere della RAND Corporation, vede il vantaggio russo persistere nel breve periodo in condizioni di disorganizzazione della Nato, e sul lungo periodo, invece, la potenza di fuoco europea.
La forza d’impatto russa si basa sul dispiegamento di un numero soverchiante di operativi che, anche grazie ad esso, possono letteralmente travolgere i contingenti NATO composti da poche migliaia di soldati equipaggiati per missioni di natura tattica e non per una guerra aperta. Le forze europee negli ultimi 30 anni hanno molto investito in settori militari volti all’operatività in contesti di guerra asimmetrica ed in zone scarsamente urbanizzate, in pratica si parla di uomini ben equipaggiati ed addestrati per operare in situazioni di guerra civile con milizie irregolari e con la forte presenza di civili.
Se si pensa ai teatri in cui sono stati coinvolti dei reparti europei negli ultimi 30 anni questi rispondo alle caratteristiche sopra elencate: Somalia, Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Mali, Libia, Niger, Siria. Quasi tutti questi paesi si sono trovati in una guerra civile ed in tutti i casi vi era la presenza di organizzazioni irregolari dal carattere paramilitare (o terroristiche).
Questo nuovo scenario pone contro un esercito regolare equipaggiato pesantemente e con reparti corazzati d’avanguardia scortati da un’aviazione che, seppur limitata, non può definirsi trascurabile. A differenza delle milizie di DAESH o delle bande somale a Mogadiscio l’esercito russo ha la forza sufficiente per una guerra offensiva di medio corso ed i mezzi (con le annesse infrastrutture) per spostare con velocità ingenti quantità di uomini e mezzi.
La rifondazione dell’esercito russo, dopo l’era sovietica e dopo la campagna in Georgia nel 2008, è passata per una nuova concezione della mobilità dello stesso: la lenta macchina in grado di rovesciare milioni di uomini in Europa solo dopo una prima fase di riorganizzazione ha lasciato il posto ad un sistema incentrato sulla concentrazione in pochi giorni di una sufficiente potenza di fuoco dotata di una buona agilità. La dottrina seguita dai vertici russi vede nel loro esercito un sistema mobile, veloce e con grande potenza di fuoco pronto per uno scenario ad alta intensità di combattimento.
A questo si devono aggiungere altri due importanti aspetti di rottura con il passato: frequenti esercitazioni su larga scala (che abituano il personale a governare e pensare in grandi numeri e in spazi molto più ampi) e la professionalizzazione dell’esercito con il conseguente abbandono della leva come fonte primaria di “manodopera”.

I vertici NATO temono principalmente per la situazione a ridosso delle tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) le quali, sembrerebbe, sono uno dei principali obiettivi di Mosca. La problematica principale della regione è la presenza dell’exclave russo di Kalinigrad con il suo porto militare. In uno scenario di guerra aperta la flotta ne porto avrebbe la funzione di una “fleet in being” ovvero di flotta in potenza. Questo costringerebbe le marine europee a dover fare i conti, via mare, con un naviglio inferiore per numero ma con una grande potenza di fuoco (per citare un ricorso storico basti pensare al caso della corazzata Tirpitz).
Il secondo problema è il corridoio lituano-polacco che sarebbe (a detta del governo lituano) l’unica via di passaggio per le forze terrestri della NATO. Questo a condizione che sia Kalinigrad sia la Bielorussia siano, ancora, parte attiva nel conflitto.

Sempre l’Economist riporta i dati del confronto numerico tra le forze convenzionali terrestri russe e quelle europee nella regione baltica: il confronto vede una superiorità di circa 5 a 1 a favore della Russia (che peraltro detiene anche diverse formazioni di artiglieria).
Sul fronte aereo le prospettive sono migliori in quanto l’aereonautica russa non è paragonabile alla sua controparte terrestre e le forze aeree europee sono tra le punte di diamante delle forze armate sul continente. Il problema che si viene a porre nel confronto aereo sarebbe l’operare in un teatro estremamente vasto e con il più avanzato sistema di difesa antiaerea del pianeta.

Il tema infrastrutturale, brevemente trattato, si può riassumere con un generale abbandono, ad occidente, delle infrastrutture della guerra fredda. Ad oggi, almeno secondo alcune analisi, non vi sarebbero sufficienti infrastrutture per il trasporto rapido ed in massa delle truppe: i ponti non sono più progettati per sopportare il passaggio di intere divisioni corazzate e le nuove ferrovie non sono idonee a questo scopo.
Questo tuttavia rimane uno studio teorico che potrebbe essere, con probabilità, smentito all’atto pratico.

 

Un bilancio sull’Europa

L’Europa, ad oggi, si dimostra sostanzialmente impreparata ad affrontare un confronto diretto con il Cremlino se non con lo stretto supporto degli Stati Uniti. Le risposte al tentato omicidio dell’ex spia russa Skripal non sono andate, infatti, oltre a mere contromisure di natura diplomatica (l’espulsione di un centinaio di diplomatici russi).
Gli ultimi anni hanno visto il Vecchio Continente alle prese con flussi migratori ad alta intensità gestiti in modo non sempre ottimale, questo fenomeno ha deviato molta dell’attenzione pubblica e politica da altre questioni ritenute secondarie.
Insieme alle migrazioni si è sovrapposto il problema del jihadismo nei paesi MENA e sul continente che, per usare un eufemismo, è stato gestito in modo del tutto inadeguato rivelando un’Europa debole e passiva alle spinte esterne. L’Europa si è dimostrata un’entità divisa al suo interno ed incapace di far fronte comune verso l’esterno: ad est i paesi neo-entrati hanno spinto per un impegno antirusso (ben sapendo che la Russia non può, economicamente parlando, permettersi una guerra, da sola, contro l’Europa ed inevitabilmente gli USA) mentre ad ovest la crisi economica, politica e sociale ha reso inermi le “guide” dell’Unione sotto i colpi dei populismi, delle emigrazioni e del terrorismo.

Robert Musil nel 1921 pubblica il suo saggio “Europa inerme” che parla di un continente in cui “sono mancati i concetti per interiorizzare il vissuto” in un immane esperimento di massa che ha dimostrato la discrepanza tra ideologia e vita.
“È come nuotare sott’acqua in un mare di realismo, trattenendo il respiro, ostinatamente, ancora un po’ più a lungo: semplicemente con il pericolo che il nuotatore non riemerga più.”