Potere marittimo roma

Negli articoli precedenti si è parlato della nascita della potenza marittima di Roma, la conquista della supremazia marittima di Roma e dell’egemonia marittima di Roma.
Lo scontro tra Roma e Cartagine mostra come, già nell’antichità, il sapiente utilizzo di una strategia che sfrutti al meglio le caratteristiche del territorio e che operi, in prospettiva, su tempi più lunghi di quelli previsti dal nemico risulti essere vincente. La seconda guerra punica mette a nudo quelli che sono i fondamentali elementi dell’esercizio del potere marittimo e della supremazia della strategia sulla tattica.

Tattica contro strategia

Benché questi due elementi risultino i pilastri su cui si fonda l’arte della guerra solamente uno di essi può garantire maggiori possibilità di vittoria.
Questo è dimostrato (e non solo nel caso delle guerre puniche) da come spesso brillanti generali abbiano sofferto rovinose sconfitte proprio per una strategia non adeguata. Annibale dimostrò, nei fatti, che avrebbe potuto sconfiggere ogni esercito romano posto tra lui e Roma stessa ma la sua condizione di quasi totale isolamento portò l’esercito cartaginese sulla strada della sconfitta lastricata di grandiose vittorie.

Tattica

Annibale si mostrò un genio tattico della guerra, in ogni sua battaglia seppe sfruttare al meglio gli elementi geografici a lui favorevoli azzerando quasi totalmente le possibilità di vittoria nemiche.
A differenza dei romani non sottovalutò mai il suo avversario ben conscio che l’esercito che affrontava era uno dei meglio organizzati dell’epoca, per questo optò per soluzioni diverse ed ingegnose al tempo stesso. Gli stessi elefanti non erano di per sé un’arma in grado di spostare le sorti di una battaglia ma il loro effetto psicologico sul nemico era di sicuro efficace, possono paragonarsi ai primi carri armati apparsi durante la prima guerra mondiale: non in numero sufficiente per poter marciare verso Parigi o Berlino ma abbastanza terrorizzanti da causare il panico tra le fila nemiche.

Canne

Canne
Schema della dinamica della battaglia di Canne: in rosso i romani ed in blu i cartaginesi

Sembra quasi scontato fare l’ennesima analisi tattica di questa battaglia ma la sua importanza è fondamentale per comprendere il genio del condottiero Cartaginese e quello che sarà il suo lascito ai posteri.
La battaglia di Canne è considerata come una delle più importanti battaglie dell’antichità dal punto di vista tattico, l’idea di poter annientare l’intero esercito nemico in una singola azione ha affascinato studiosi e condottieri di ogni epoca e questo episodio ne rappresenta l’archetipo.
I cartaginesi, seppur quasi la metà di numero, riuscirono ad annientare totalmente l’esercito romano; l’utilizzo della superiore mobilità della cavalleria (e del suo vantaggio numerico rispetto a quella romana) e della fanteria pesante africana portò all’accerchiamento della numerosa fanteria romana che, senza possibilità di fuga, fu massacrata. Nel mondo occidentale questo rappresenta il primo esempio di manovra a tenaglia, riportato dalle fonti storiche, perfettamente riuscito; questo diverrà uno dei modelli di riferimento per lo studio delle tattiche militari e fonte di ispirazione per le manovre belliche sino ai giorni nostri.

Operazione Desert Storm

Per motivi di praticità non si potrà analizzare in questa sede l’influenza avuta da Annibale sulla dottrina tedesco-prussiana fino alla seconda guerra mondiale. Si rinvia comunque alla riflessione sulla tattica utilizzata dall’esercito prussiano a Sedan nella guerra franco-prussiana (come disse von Moltkke: “Li abbiamo messi in una trappola per topi”) o dal piano Schlieffen (e dal piano XVII) durante a prima guerra mondiale ma con un successo limitato. Sarà nell’operazione Barbarossa e nella combinazione delle operazioni Fall Gelb e Fall Rot che la manovra a tenaglia troverà alcuni dei suoi esempi migliori nelle campagne militari moderne.

La prima guerra del Golfo nel 1991 ha dimostrato come una tattica di oltre 2200 anni possa essere brillantemente replicata anche se al posto della cavalleria si trovano carri armati ed i soldati sono armati con fucili d’assalto e granate. La campagna per la liberazione del Kuwait mostra come le vittime della coalizione anti-irachena siano in numero “irrisorio” rispetto alle perdite dell’esercito iracheno (si parla di poco più di 1000 uomini deceduti contro 35.000 e 150.000 fatti prigionieri) e più in generale l’intera operazione ricevette il plauso generale degli studiosi del settore e dell’opinione pubblica per la sua celerità, le perdite contenute ed i risultati conseguiti.
Il comandante delle forze di terra, il gen. Normann Schwarzkopf, ha affermato sino alla sua morte, avvenuta nel 2012, che: “Ho battuto Saddam Hussein imitando quello che fece Annibale a Canne” e poi “ l’ho imitato dopo averlo studiato all’Accademia di West Point […] immaginando  quella manovra, così rischiosa ma geniale, di aggiramento del nemico sui fianchi invece di impegnarlo frontalmente”.

potere marittimo iraqPrendendo come il centro dello schieramento il Kuwait si nota come le unità di fanteria dei marines con il supporto di una divisione corazzata e delle forze della coalizione facessero pressione diretta sui confini kuwaitiani ed inducendo il comando iracheno a concentrare le truppe a sud. Così, non sospettando un attacco diretto, gli iracheni lasciarono campo aperto alle veloci divisioni corazzate che, varcato il confine dell’Iraq, chiusero il grosso del nemico tra il mare e la morsa della coalizione.

 

Strategia

Rimanendo nel contesto delle operazioni contro l’Iraq nel 1991 è doveroso riportare una citazione tratta dal film Jarhead: “…poco più a nord di qui Saddam Hussein ha un milione di soldati iracheni e alcuni di quei ragazzi combattono da quando voi avevate nove o dieci anni, sono tosti, non si fermeranno di fronte a nulla”.
Questa affermazione solleva il dubbio su come mai un esercito con molta esperienza sul campo come quello iracheno si sia sfaldato sotto le manovre statunitensi. La prima e più ovvia risposta è data dal divario tecnologico e qualitativo tra le forze in campo, ma questo solleva un ulteriore dubbio: come è possibile che l’Iraq non sia stato in grado di opporre una resistenza anche solo vagamente efficace pur combattendo nel proprio cortile di casa? E si può porre la stessa domanda con esiti inversi per quanto concerne gli Stati Uniti.
Dopo la risoluzione dell’ONU ed il via libera dell’operazione Desert Shield il sistema logistico militare fu in grado di trasportare nelle vaste piane del deserto arabo centinaia di migliaia di uomini e mezzi, migliaia di tonnellate di armamenti, viveri, munizioni e tutti gli altri mezzi per il sostentamento delle truppe per un periodo prolungato. Il tutto in poche settimane.
A questo si aggiungono i due gruppi navali capitanati dalle portaerei USS Eisenhower e USS Independence con relative scorte. Questo a garantire un sicuro approdo alle navi da trasporto, il potenziale offensivo per un teorico sbarco tra Kuwait City e lo Shatt Al Arab ed un sicuro porto per l’aereonautica.

Tornando alla seconda guerra punica il rimando alle operazioni romane in Spagna è immediato, il potere marittimo ha assicurato a Roma la possibilità di operare per anni in Iberia senza il rischio di vedere i propri eserciti isolati in territorio nemico (come Annibale) e di tagliare ogni speranza di rifornimenti per l’Italia o dall’Africa. La brillante strategia di isolare uno dei peggiori nemici di Roma da ogni contatto con gli alleati ha permesso a Roma stessa di sopravvivere e vincere.
Tito Livio riporta di un dissapore sorto dopo la vittoria di Canne tra Annibale ed il comandante della cavalleria numida Maarbale. Maarbale spinse per una marcia diretta su Roma al fine di sfruttare anche la presa psicologica della recente sconfitta ma al rifiuto di Annibale esclamò: “…non sai approfittare dalla vittoria.” (Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXII)
Hans Delbruck fa luce sulla scelta di temporeggiare presa dal comandante punico: l’esercito, a causa delle forti perdite, non era in grado di poter assediare direttamente Roma. Anche in caso di piena operatività dell’esercito l’assedio avrebbe richiesto la sottomissione dell’entroterra per potersi garantire i tanto agognati rifornimenti e, a sua volta, impedire l’arrivo degli stessi al nemico.

Scipione fu ben conscio dell’impotenza di Annibale in Italia e, dopo la conquista della Spagna, non mirò alla distruzione del nemico in casa ma mostrò, con lo sbarco in Africa, quello che Cartagine avrebbe dovuto fare sin dal principio: sicurezza nei collegamenti logistici, supremazia marittima e lungimiranza strategica.

 

Conclusioni

Questa breve e superficiale analisi non punta a dare una visione approfondita sulle innumerevoli questioni sollevate ma solo a mostrare come la programmazione di una strategia efficace possa rendere inutili le sconfitte subite. L’esercizio efficiente del potere marittimo ha garantito a Roma di gettare le basi per farsi impero egemone dell’Europa occidentale e di tutto il Mediterraneo (cosa che nessuno ha mai più replicato).

Nota dell’autore

In questo ciclo di articoli ho voluto analizzare il potere marittimo di Roma secondo i paradigmi di A. T. Mahan, un autore cui condivido molte prospettive ma al contempo riconosco la necessita di non assumerne aprioristicamente le teorie. Nella sua opera, citata nell’articolo precedente, sembra non porre alcuna differenza tra le marine dell’antichità e quelle del suo tempo, interpretazione da molti ritenuta giusta e, motivatamente, criticata.
Su di tutti vorrei citare l’opera di Chester G. Starr, The Influence of Sea Power on Ancient History che mira a dimostrare come il controllo del mare non sia, in realtà, una necessità strategica. Parte più interessante della sua critica è sicuramente l’osservazione fatta sulla caduta dell’impero romano: la forza del potere marittimo di Roma nulla ha potuto contro le massicce invasioni terrestri provenienti dalle popolazioni asiatiche.
Starr qui richiama molto da vicino quanto teorizzato da Mackinder e Spykmann sulla debolezza delle “penisole del mondo”: attaccabili dal mare e con le spalle scoperte verso l’entroterra.
Ritengo che Starr, come molti altri critici di Mahan, prendano troppo alla lettera le affermazioni dell’ammiraglio statunitense, l’opera mahaniana mira alla descrizione delle dinamiche e delle proiezioni delle nazioni sul mare e sull’esercizio del potere marittimo stesso, profondamente vincolata da un determinismo geografico che difficilmente si può confutare (lo stretto di Hormuz rimarrà sempre uno stretto sino a quando o l’uomo o la natura non ne altereranno in maniera significativa la sua conformazione).
Mahan, in definitiva, non può essere assimilato in termini assoluti cioè non è né vero né falso, ma vivo o morto.