Navi Roma - Rivista online InRoots

Nell’immaginario collettivo, viziato anche da certe forme holliwoodiane e più in generale d’oltralpe, la potenza della civiltà romana è rappresentata, in guerra, dalle legioni che combattono in Gallia o nelle foreste teutoniche. Questo è vero se si pensa relativamente ai singoli contesti citati ma sfugge che Roma per divenire in impero (non nel senso classico del termine) abbia dovuto affrontare gli avversari più temibili prima sul mare e poi sulla terraferma.

 

Le origini della vocazione marina di Roma

Il legame tra i romani ed il mare affonda le sue radici nel mito. Circa quattro secoli prima della fondazione dell’Urbe, Enea, con ciò che rimaneva della popolazione di Troia, approdò sulle spiagge laziali (nei pressi di Torvaianica), egli sarà il fondatore della stirpe Giulia (la stessa di Giulio Cesare) e progenitore di Romolo, fondatore della città di Roma. La leggenda narra che la flotta con cui i troiani approdarono venne attaccata ed incendiata ma Cibele, la madre degli dei, trasformò le navi in divinità marine. Enea
Le antiche origini della “vocazione marittima” di Roma mostrano come il popolo romano avesse una natura duale: da un lato le origini agresti e pastorali tanto celebrate da Virgilio e dall’altro un profondo legame con l’elemento marino.
I romani, tuttavia, avevano la necessità pratica di mantenere il controllo delle coste limitrofe alla città, sin dai primi anni, per una molteplicità di fattori. Il primo era la costante presenza di popolazioni ostili che minacciavano le campagne circostanti e che, come gli etruschi, godevano, in un primo momento, di un maggior potere e di un esercito migliore. Il secondo fattore era dato dalla posizione della città sul fiume Tevere che poteva essere un accesso diretto dal mare a Roma. Questo può essere letto con un doppio significato strategico:
– I nemici potevano risalire il fiume ed attaccare la città direttamente al su cuore. Tito Livio descrive come vi sia stato un combattimento navale con i Veieti preso Fidene anche se questo episodio, per stessa ammissione di Livio, potrebbe essere stato tramandato in forma distorta per ingrandire l’onore della vittoria.
– Il Tevere si mostrò tuttavia un valido alleato della città in caso di guerra come ben dimostrato dal racconto di Dionisio di Alicarnasso in cui viene descritto come Roma, posta sotto scacco dai nemici, fece arrivare i rifornimenti in città tramite l’uso di imbarcazioni che dal mare risalirono il fiume.

La conquista del mare

I romani sono stati i primi a dominare l’intero bacino del Mar Mediterraneo e gli unici a controllarne interamente tutte le coste ed a porlo sotto le loro leggi. Il dominio non venne esercitato solamente con l’uso della guerra, che divenne un mezzo successivo, ma anche e prima di tutto con accordi commerciali con le varie città costiere della penisola italiana, della Sicilia e persino con la futura nemica Cartagine.
Nel 509 A.C. venne infatti stipulato il primo trattato marittimo tra Roma e Cartagine rendendo chiaro il desidero di entrare nel fulcro dei fiorenti commerci che avevano come vertici, di un triangolo ideale, l’Italia, il Nord Africa e le città della Grecia.

La flotta da guerra fu una logica conseguenza della scelta di Roma di prendere la via del mare: il Mediterraneo di allora era infestato da pirati e da piccole flotte ostili che operavano abitualmente la pirateria. Roma venne coinvolta in questo meccanismo quando le navi di Anzio attaccarono diverse volte il litorale di Ostia rendendo necessaria la costituzione di una flotta prima di difesa e poi in grado di proiettarsi oltre le coste antistanti i domini diretti di Roma.
Con la sconfitta di Anzio per opera del console Caio Menio nel 338 A.C. Roma ascese definitivamente come potenza marittima anche se ancora di importanza regionale. Quanto scrive Tito Livio a proposito della guerra con Anzio nella sua opera “Storia di Roma” risulta fondamentale per capire come i romani interpretarono quella vittoria: “Una parte delle navi di Anzio fu condotta nei cantieri navali di Roma […] e con i rostri di queste fu adornata la tribuna del foro…”.
I romani non si “accontentarono” di vincere ma cercarono di carpire le tecnologie nemiche (che erano più avanzate) per poter migliorare la flotta e poter fondare, pochi anni dopo, la prima marina da guerra di Roma.

Moneta romana nave
[Roma] adotta come primo emblema sulle monete la prua di una nave […] essa conserva questo simbolo sulle monete di bronzo con costanza inalterata per quasi tutta la repubblica […] a questo simbolo […] i romani rimasero fedeli per secoli.” E. Clausetti Immagine via: http://www.antiqva.org
Con l’istituzione della marina Roma riuscì a operare in una serie di missioni differenziate:

  • Controllo acque limitrofe e “patrolling” (pattugliamento)
  • Effettuare ricognizioni navali
  • Missioni di stato
  • Presenza dissuasiva della flotta in acque lontane (anche a sostegno di alleati)

 

Un mare troppo piccolo: preludio alla guerra tra Roma e Cartagine

Con l’estendersi dell’influenza e del dominio di Roma sia sulla penisola italiana (dove Cartagine aveva città alleate) si venne a creare una convivenza sempre più difficile con la città del nord Africa. I molteplici trattati navali rinnovati più volte si scoprirono alla fine nient’altro che un palliativo come dimostrato dall’intervento cartaginese nel 272 A.C. in aiuto di Taranto (che aveva già sollecitato l’intervento di Pirro in Italia e che era entrata in guerra cotro Roma) in violazione del terzo trattato navale tra le due città.

Sarà solo nel 264 A.C. che le frizioni tra le due potenze sfoceranno in una guerra aperta, ripresa a più capitoli, che aprirà ai romani le porte del dominio dell’intero bacino del Mediterraneo.

 

Il secondo articolo sulla storia della potenza marittima romana:
Quando il mare divenne “Nostrum”: la conquista della supremazia marittima di Roma