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Il primo articolo sulla storia della conquista del mare romana:
Quando il mare divenne “Nostrum”: la nascita della potenza marittima di Roma

Roma e Cartagine: un mare per due

Con l’estendersi dell’influenza e del dominio di Roma sulla penisola italiana (dove Cartagine aveva città alleate) si venne a creare una convivenza sempre più difficile con la città del nord Africa. I molteplici trattati navali rinnovati più volte si scoprirono alla fine nient’altro che un palliativo come dimostrato dall’intervento dell flotta cartaginese in aiuto di Taranto (che aveva già sollecitato l’intervento di Pirro in Italia) entrata in guerra con Roma in violazione del terzo trattato navale tra le due città.

Nel 268 A.C. i mamertini chiesero aiuto ai romani contro le minacce di Siracusa e Cartagine. I romani benché inizialmente restii ad un intervento diretto in Sicilia decisero di prendere parte alla contesa non solamente in virtù dell’alleanza con Messina ma per motivazioni di natura strategica e “geopolitica”. Un passo delle Storie di Polibio a tal proposito risulta illuminante: “[I romani] vedevano come i cartaginesi fossero padroni di tutti i mari dalla Sardegna al mar Tirreno e temevano che [i cartaginesi] potessero mettere piede anche in Sicilia, i cartaginesi sarebbero divenuti vicini troppo potenti e pericolosi […] in grado di minacciare ogni parte della penisola italiana”.
Altro fattore che motivò l‘intervento era dato dal ricordo della violazione cartaginese del trattato marittimo con Roma durante la guerra con Taranto e che mostrò la necessità di dover tutelare gli interessi sulle rotte commerciali nel Tirreno e nella Sicilia senza fare affidamento su stati terzi.

I romani per poter soccorrere gli alleati erano costretti a sbarcare in Sicilia, questo imponeva un confronto diretto con la flotta cartaginese. Lo scarto tecnologico tra le due potenze era tale che, nelle prime battute delle ostilità, Roma non poté affrontare il nemico in modo diretto.
In un primo momento alla flotta romana vennero aggiunte le navi delle città alleate dotate con maggiore esperienza marittima (Napoli, Taranto ed in un secondo momento Siracusa) ma cartaginesi si mostrarono comunque superiori e costrinsero la prima flotta da sbarco a ritirarsi nel porto di Reggio.

mosaico roma
Mosaico romano museo del Bardo

Appio Claudio, il console a capo della spedizione, optò per l’uso dell’astuzia: simulò la ritirata dalle acque sicule e con il favore della notte attraversò lo stretto senza alcun problema. Per i primi anni di guerra i romani si videro obbligati ad una strategia remissiva non potendo in alcun modo e nonostante l’aiuto degli alleati scalfire il saldo controllo dei mari di Cartagine.

La prima grande flotta romana

Compreso sin da subito che per vincere la guerra era necessario conquistare il mare i romani decisero di costruire la loro prima grande flotta nel 261 A.C. Questo portò lo scontro su un piano diverso, non si trattava più di aiutare una città alleata ma di una lotta per la supremazia marittima del Mediterraneo centrale. Va ricordato che Roma decise di affrontare questa sfida non contro una città avente un’influenza regionale o dalle capacità limitate ma contro la città che deteneva l’egemonia del potere marittimo sul mediterraneo.

Il primo problema di questa impresa era la formazione di un alto numero di equipaggi. I romani crearono un sistema di addestramento che ancora oggi risulta essere apprezzato dalle marine di diversi paesi tramite l’uso di un allenatore: posti dei banchi a simulare le posizioni dei rematori di una nave gli uomini venivano addestrati a muoversi all’unisono seguendo gli ordini del comandante.
Questo, se permetteva di poter creare una marina efficiente, non risolveva il secondo problema da affrontare: i cartaginesi avevano equipaggi ben addestrati e con un’esperienza superiore al comando di navi ben più avanzate di quelle romane. Il divario tattico e tecnologico obbligava quindi a trovare una soluzione per cercare di riequilibrare il peso delle forze in campo.

Va fatta una puntualizzazione sulla dinamica dei combattimenti navali del tempo. L’avversario veniva prima ingaggiato a distanza per poi essere speronato sulla fiancata o sui remi e timone (tale da rendere impossibile il governo della nave) quindi si arrembava la nave nemica. I cartaginesi, in questa ottica, disponevano di navi più veloci e più manovrabili in grado di fuggire più facilmente dai tentativi di arrembaggio nemici.

I romani risposero a questo deficit tecnologico con l’invenzione del “corvo”: una passerella orientabile in grado di agganciare e trattenere una nave nemica a prescindere dalla sua tecnologia. Questo rese possibile l’abbordaggio di navi che facilmente avrebbero potuto eludere le manovre di affiancamento.

corvo nave roma
Rappresentazione artistica dell’uso del corvo

 

Le vittorie

colonna duilia roma
La colonna rostrata dedicata a Caio Duilio

La prima grande vittoria navale non tardò ad arrivare e nel 260 A.C. il console Caio Duilio sconfisse sonoramente la flotta cartaginese presso Milazzo. Le parole di Polibio chiariscono l’importanza della nuova invenzione romana: “da ogni parte i corvi incombevano minacciosi [e] chi si avvicinava ne veniva bloccato, i cartaginesi presero la fuga spaventati dalla nuova esperienza e dopo aver subito la perdita di cinquanta navi”.
Questo significò per Roma il raggiungimento della potenza necessaria per affrontare Cartagine a viso aperto e sul mare, suo elemento di forza e di dominio e grazie ad una successiva serie di trionfi si iniziò a pensare che era possibile ottenere la supremazia marittima.

L’anno successivo i cartaginesi vennero sconfitti in Corsica e in Sardegna e successivamente (nel 256 A.C.) presso Ecnomo (l’odierna Licata) ove si combatté una battaglia che per numero e mezzi ha quasi il sapore omerico: circa 700 navi con 300 mila uomini a bordo. La flotta romana non era una semplice flotta d’altura ma un’armata da sbarco. I romani volevano colpire i cartaginesi nel cuore dei loro domini in Africa e per farlo decisero di tentare uno sbarco. Questo significa che durante la battaglia di Ecnomo si fronteggiarono flotte dalla costituzione profondamente diversa: i cartaginesi dovevano “solamente” respingere la flotta romana e quindi erano equipaggiati solo per la battaglia mentre i romani avevano con loro tutti mezzi necessari per uno sbarco e per l’approvvigionamento di truppe sulla terraferma rendendo la flotta più lenta e difficile da manovrare.
I consoli a capo della spedizione riuscirono, adattando il sistema tattico, a proteggere le navi più vulnerabili ed a conseguire, allo stesso tempo, la vittoria. Questa vittoria significò anche lo sbarco in terra d’Africa e la presa di Clupea e Tunisi a pochi chilometri da Cartagine.

 

Nuove necessità

La campagna in Tunisia si risolse in un fallimento nonostante le prime vittorie e le forze di terra furono evacuate ristabilendo una certa parità tra le fazioni.
Da quel momento e sino al 242 A.C. i romani subirono diversi disastri e sconfitte che annientarono quasi tutta la loro flotta. I corvi furono aboliti in quanto appesantivano le navi e, come durante la ritirata dalla Tunisia, causarono disastrosi naufragi durante le tempeste. Questo cambiamento non fu subito metabolizzato dalla marina che subì, successivamente alla loro abolizione una clamorosa confitta presso Trapani.

Questa condizione rese la guerra per Roma una lotta per la sua stessa esistenza (come avverrà anche durante la seconda guerra punica con la discesa in Italia di Annibale). Venne approntata una nuova flotta costruita sulle specifiche delle quinqueremi cartaginesi e che quindi poneva, per la prima volta, le due marine allo stesso livello tecnologico.

I romani non tardarono a mostrare (di nuovo) che non sarebbe stata la tecnologia a salvare i cartaginesi dalla sconfitta. Sin da subito ottennero delle vittorie e posero sotto assedio quanto rimaneva dei domini cartaginesi in Sicilia, presso il monte Erice, posti sotto il comando di Amilcare Barca (il padre di Annibale). Cartagine tentò un’ultima sortita per rifornire le truppe a terra tramite l’invio di una flotta numerosa.

rostro nave roma
Rostri delle navi ritrovati presso il luogo della battaglia delle Egadi. via Tp24.it

L’epilogo della guerra è stato tramandato forse con una vena di finzione letteraria ma ben rende quello che questa guerra significò per i romani e così sarà riportato.
Il console Lutazio Catulo intercettò la flotta cartaginese il 10 Marzo 241 A.C. in una stagione ancora meteorologicamente instabile e con il vento a favore dei nemici. Lo scopo di Lutazio era di impedire i rifornimenti intercettando le navi nemiche con estrema rapidità e, nonostante le condizioni avverse, con le nuove navi romane molto più leggere e manovrabili, con equipaggi ben addestrati e, soprattutto, con truppe scelte, la battaglia fu un successo decisivo sulla flotta e sul morale dei cartaginesi.
Cartagine si poteva considerare annientata come potenza marittima e per questo i romani non abbatterono le mura nemiche ma aspettarono, padroni del mare, la richiesta di pace che pervenne dallo stesso Amilcare.

 

La pace

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Rappresentazione di Annibale

Il trattato consegnò a Roma tutta la Sicilia e le isole minori che si trovano nell’omonimo canale. La pace tuttavia non fu totale in quanto un convoglio di navi mercantili romane venne attaccato dai cartaginesi lungo le coste africane pochi anni dopo, questo costò a Cartagine un’ulteriore clausola di cessione della Sardegna.
Come Polibio scrisse: “La guerra tra romani e cartaginesi […] fu la più lunga, la più grande, la più continua…mai forze di tale portata discesero a combattere in mare…i romani non per vicende casuali…ma a buon diritto, dopo essersi confrontati in tante vaste e pericolose imprese, concepirono arditamente il disegno di conseguire l’assoluta egemonia ed attuarono il loro piano.”

La pace sarà solamente temporanea tra le due città e pochi anni più tardi Roma dovrà dimostrare di saper amministrare il suo primato non solo nella vittoria e di saper mutare condizioni a lei avverse in un’atro trionfo.